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BILANCIO SOCIALE 2021

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  • 1 – Il fenomeno della povertà educativa in Italia

    La condizione di povertà educativa di un minore è un fenomeno multidimensionale: essa è legata alle cattive condizioni economiche, ma è anche povertà di relazioni, isolamento, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi, di opportunità educative e di apprendimento non formale. La povertà educativa priva bambini e adolescenti della possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti ed allargando le proprie aspirazioni. 

    La povertà educativa investe anche la dimensione emotiva, sociale e relazionale, creando le condizioni per lo sfruttamento precoce nel mercato del lavoro, per l’abbandono e la dispersione scolastica (nelle loro diverse manifestazioni) e per fenomeni di bullismo e di violenza nelle relazioni tra pari.

    Le stime preliminari di Istat (marzo 2021) confermano quanto era purtroppo prevedibile: con l’emergenza covid, sale al 13,6% la quota di bambini e ragazzi in povertà assoluta. Da un decennio è ormai stabilmente la fascia d’età più colpita dalla povertà. Pur trattandosi di una stima preliminare, il dato dà già una misura degli effetti della crisi. Nell’anno dell’emergenza covid, il numero di poveri in Italia avrebbe raggiunto i 5,6 milioni di persone. Come sottolinea l’osservatorio #conibambini, significa che quasi un residente in Italia su 10 si trova in povertà assoluta (9,4%). Un dato in crescita di 1,7 punti percentuali rispetto al 2019, quando la quota di persone in povertà era pari al 7,7%. L’impoverimento ha riguardato tutte le fasce d’età, ma in misura diversa. Sono soprattutto le classi più giovani (0-17 e 18-34) a segnare l’aumento maggiore.

    Il Rapporto sul Benessere Equo e Solidale in Italia evidenzia come la povertà minorile si sia aggravata, soprattutto nel Sud, non solo per quanto riguarda il livello di istruzione, di formazione e di competenze acquisite dai giovani, ma anche nel decisivo campo delle reti sociali, con il peggioramento dei livelli di partecipazione civica, politica e sociale dei giovanissimi (14-19 anni).

    Per quanto riguarda la prima infanzia, la povertà ha effetti di lungo termine e comporta un maggiore rischio di esclusione sociale per gli adulti di domani: già a 3 anni è rilevabile uno svantaggio nello sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei bambini provenienti da famiglie più disagiate e, in assenza di interventi adeguati entro i 5 anni, il divario aumenta ulteriormente. È ormai diffusa la consapevolezza che l’accesso a servizi socio-educativi di qualità, soprattutto nella prima infanzia, è in grado di incidere sulla riduzione delle disuguaglianze e sull’aumento delle opportunità di “mobilità sociale”.

    L’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei in termini di offerta educativa per la prima infanzia. Attualmente il servizio è erogato, in egual misura, da strutture pubbliche e da strutture private, con profonde differenze sul territorio nazionale. È quanto emerge dal report del 3 novembre 2020 dell’osservatorio #conibambini. A fronte di uno standard europeo stabilito in 33 posti in asilo nido ogni 100 bambini, il nostro paese, nonostante il miglioramento registrato negli ultimi anni, si ferma infatti a 24,7. Un divario superiore ad 8 punti percentuali. Dal report del 2021 dell’osservatorio #conibambini sugli asili nido, emerge un divario di 18,5 i punti tra le regioni del centro-nord (32%) e quelle del Mezzogiorno (13,5%) nella copertura di nidi e servizi per la prima infanzia.

    Le aree del Paese dove la copertura potenziale è più elevata sono spesso quelle in cui il servizio si è storicamente affermato prima. Tutte le province emiliane e romagnole (tranne Piacenza, che è comunque al 25,8%), superano i 33 posti ogni residente tra 0 e 2 anni. In Toscana 6 province superano la soglia del 33%, una (Arezzo, 32,7%) l’ha praticamente raggiunta e le altre 3 sono poco sotto, con dati superiori al 29%.

    Permane un forte ritardo del Sud, dove sono concentrate quasi tutte le province con meno di 20 posti ogni 100 bambini. Inoltre sono tutte meridionali le 8 province che non raggiungono un posto ogni 10 bambini residenti: Trapani (9,7%), Napoli (8,9%), Ragusa (8,7%), Catania (8,1%), Palermo (8%), Cosenza (7,7%), Caserta (6,6%), Caltanissetta (6,2%). 

    Analizzando i dati a livello regionale, si nota che solo quattro regioni italiane riescono a superare l’obiettivo europeo del 33%: sono la Valle d’Aosta (47,1%), l’Umbria (41,1%), l’Emilia Romagna (38,1%) e la Toscana (35%). Agli ultimi posti invece Calabria (10,1%), Sicilia (9,8%) e Campania (8,6%). A livello provinciale, in generale, diverse province del centro-nord si caratterizzano per un elevato livello di copertura e per un’alta percentuale di posti pubblici. Al Sud, invece, si registrano generalmente livelli di offerta inferiori con alcuni casi in cui a prevalere è il privato, mentre in altri il pubblico. Il livello di inclusione più elevato si osserva nelle regioni del Nord (43% dei bambini di 0-2 anni iscritti agli asili nido nella provincia autonoma di Trento, 41,7% in Valle D’Aosta, 34,5% in Veneto), del Centro (42,6% in Toscana, 32,4% in Umbria e 33,8% nel Lazio) e in Sardegna (28,8).

    Il divario si riflette però non solo sull’accessibilità dei servizi educativi e di cura, ma ancor più sulla qualità degli stessi, in relazione alla capacità dei comuni e di altri enti pubblici di investire sulla prima infanzia, ma anche della frammentarietà nella gestione dei servizi e della discontinuità delle offerte, della mancata integrazione tra i soggetti coinvolti, del basso stimolo all’innovazione e alla diffusione di nuove pratiche. I dati Invalsi ci mostrano, d’altra parte, come sia ancora forte la relazione tra i risultati degli alunni e la condizione economica, sociale e culturale della loro famiglia. In terza media, il 53,7% degli alunni proveniente da famiglie di fascia socio-economico-culturale più bassa ottiene risultati insufficienti nei test di italiano. Tra quelli delle famiglie di fascia alta le insufficienze sono il 15,8%.

    Nel ridurre questo tipo di divari la scuola che si frequenta ha un ruolo decisivo e la componente umana può fare la differenza: la motivazione degli insegnanti, la presenza e il coinvolgimento della comunità educante.

    Purtroppo il nostro paese tende a investire meno della media europea in istruzione. In rapporto al prodotto interno lordo, l’Italia spende il 3,9% del pil in istruzione, contro una media Ue del 4,7%. Un dato inferiore rispetto ai maggiori paesi Ue come Francia (5,4%), Regno Unito (4,7%), Germania (4,2%).

    Contrastare la povertà educativa, dunque, è il principale strumento per permettere ai tanti ragazzi che vivono in condizioni di disagio di migliorare la propria vita. Per fare questo è necessario avviare un percorso comune che coinvolga attivamente le agenzie educative, come la scuola, la famiglia, le organizzazioni del terzo settore e il privato sociale. In questo modo è possibile generare un reale cambiamento ed ottenere risultati concreti nella lotta alla povertà educativa minorile.

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