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bilancio di missione 2017

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  • Il fenomeno della povertà educativa in Italia

    La condizione di povertà educativa di un minore è multidimensionale, frutto del contesto economico, sanitario, familiare e abitativo, della disponibilità o meno di spazi accessibili, dell’assenza di servizi di cura e tutela dell’infanzia: essa non è solo legata alle cattive condizioni economiche, ma è povertà di relazioni, isolamento, cattiva alimentazione e scarsa cura della salute, carenza di servizi, di opportunità educative e di apprendimento non formale. La povertà educativa, insidiosa quanto e più di quella economica, priva bambini e adolescenti della possibilità di apprendere e sperimentare, scoprendo le proprie capacità, sviluppando le proprie competenze, coltivando i propri talenti ed allargando le proprie aspirazioni.

    La povertà educativa investe anche la dimensione emotiva, della socialità e della capacità di relazionarsi con il mondo. Si creano così le condizioni per lo sfruttamento precoce nel mercato del lavoro, per l’abbandono e la dispersione scolastica (nelle loro diverse manifestazioni), per fenomeni di bullismo e di violenza nelle relazioni tra pari.

    I tempi della crisi e della recessione hanno visto precipitare la spesa sociale in Italia e triplicare l’incidenza della povertà assoluta nelle famiglie con almeno un minore, che tra il 2005 e il 2014 è passata dal 2,8% all’8,5%, per un totale di oltre 1 milione di bambini colpiti (1 minore su 10).

    Il Rapporto sul Benessere Equo e Sostenibile in Italia evidenzia come la povertà minorile si sia aggravata, soprattutto nel Sud, non solo per quanto riguarda il livello di istruzione, di formazione e di competenze acquisite dai giovani, ma anche nel decisivo campo delle reti sociali, con il peggioramento dei livelli di partecipazione civica, politica e sociale dei giovanissimi (14-19 anni).

    Per quanto riguarda la prima infanzia, la povertà ha effetti di lungo termine e comporta un maggiore rischio di esclusione sociale per gli adulti di domani: già a 3 anni è rilevabile uno svantaggio nello sviluppo cognitivo, sociale ed emotivo dei bambini provenienti da famiglie più disagiate e, in assenza di interventi adeguati entro i 5 anni, il divario aumenta ulteriormente. È ormai diffusa la consapevolezza che l’accesso a servizi socio-educativi di qualità, soprattutto nella prima infanzia, è in grado di incidere sulla riduzione delle disuguaglianze e sull’aumento delle opportunità di “mobilità sociale”.

    Per quanto la fruizione di servizi per bambini fino a 3 anni sia in crescita, l’Italia è ancora lontana dagli obiettivi europei e dai valori di altri Paesi occidentali. Con gli Obiettivi di Lisbona, la UE ha fissato al 33% la copertura dei servizi alla prima infanzia. L’Italia si attesta in media al 22%, ma i dati aggregati a livello regionale mostrano una minore offerta di servizi da parte delle regioni meridionali. Il primo Rapporto sulla povertà educativa minorile in Italia (febbraio 2018) promosso da Con i Bambini, grazie alla novità dell’utilizzo di banche dati comunali, evidenzia anche altre differenze e anomalie nel livello di offerta: questo è inferiore nei Comuni a basso reddito, così come nei Comuni rurali e in quelli montani, nonché in intere aree del Mezzogiorno, a partire dalle città maggiori, proprio nelle aree caratterizzate da maggiore utenza potenziale.

    Questo divario non si riflette solo sull’accessibilità ai servizi educativi e di cura, ma ancor più sulla qualità degli stessi, in funzione della capacità dei Comuni e di altri enti pubblici di investire sulla prima infanzia, ma anche della frammentarietà nella gestione dei servizi e della discontinuità delle offerte, della mancata integrazione tra i soggetti coinvolti, del basso stimolo all’innovazione e alla diffusione di nuove pratiche.

    Contrastare la povertà educativa, dunque, è il principale strumento per permettere ai tanti ragazzi che vivono in condizioni di disagio di migliorare la propria vita. Per fare questo è necessario avviare un percorso comune tra le agenzie educative preposte come la scuola, la famiglia, le organizzazioni del Terzo settore e il privato sociale. Solo attraverso questa strada si può creare una “comunità educante” attiva – intesa come l’insieme di varie dimensioni e attori che, a partire dal ruolo centrale della scuola e dei servizi alla prima infanzia, unitamente a quelli di educativa territoriale e di sostegno, accompagnamento e cura dei servizi sociali e sanitari, concorrono a formare i minori – in grado di generare un reale cambiamento.

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